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di Gabriella Coronelli





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Intolleranze alimentari ... il flagello

se fosse vero perché non siamo tutti magri

24/07/2013
di Agostino Grassi

Conservo gelosamente, come cimelio, un testo di nutrizione: Trattato di dietetica di G.A. Stherland stampato dall’UTET nel 1914. Un secolo fa. Tra le pagine vengono elencate tutte le diete in voga per il trattamento dell’obesità, criticandone la scarsa scientificità e come le mode assumono l’aspetto di consigli dotti. Ve ne elenco alcune: Dieta di Banting; Dieta di Ebstein; Dieta di Hirschfeld; Dieta di Oertel e così via. Ripensavo a questo in una conversazione tra amici dove uno dei commensali riferiva di essersi sottoposto ad un esame per le “intolleranze alimentari”, ed era contento perché finalmente aveva scoperto che bastava togliere un determinato alimento, al quale era risultato intollerante, per risolvere i suoi problemi di sovrappeso. Rimango sempre di più stupito, chiedendomi come mai nessuno si pone questa domanda: se fosse vero che la causa dell’obesità si risolve cercando l’alimento o gli alimenti ai quali si è intolleranti, come mai sempre più persone diventano obese e una scoperta di tale portata rimane ristretta a pochi e non diffusa in ogni ambulatorio o centro per la terapia di tale flagello? 
Parliamo delle intolleranze. Vi faccio un esempio: molte persone perdono la possibilità di digerire il lattosio (lo zucchero del latte) a causa di un deficit di lattasi, che è l’enzima che ci permette l’assorbimento di questo zucchero. Queste persone se ingeriscono latte o alimenti che contengono il lattosio, come i latticini freschi, lamentano disturbi intestinali. Questi soggetti possono definirsi intolleranti al lattosio. Ed esiste un test, che si chiama Breath Test per il lattosio, test che permette di stabilire se si è intolleranti. Certamente queste persone più che ingrassare vanno incontro a fenomeni di malassorbimento, in quanto i disturbi intestinali causati da questa intolleranza possono provocare una perdita di nutrienti.
Molto spesso si tende ad attribuire all’intolleranza nei confronti di un particolare alimento la responsabilità di una serie di disturbi fra loro estremamente diversi e spesso difficilmente collegabili con il cibo: dal mal di testa all’artrite, alle faringiti, al mal di stomaco, alla sinusite, alle eruzioni cutanee, al sovrappeso. La convinzione invece che la responsabilità dei disturbi, come anche dell’aumento di peso o del gonfiore, è attribuibile ad un alimento viene confermata dalla positività dei risultati di test diagnostici che niente hanno a che fare con i classici esami utilizzati dagli specialisti allergologi. Vediamone alcuni. 
ANALISI DEL CAPELLO. Con l’esame del capello si ha la presunzione di individuare anomalie nel metabolismo dei minerali ed in base ai risultati vengono poi formulati consigli dietetici fino addirittura al ricorso di integratori dietetici. Dei ricercatori statunitensi fecero questo esperimento: inviarono i capelli di una persona sana a 6 laboratori diversi che effettuavano l’esame del capello. A seconda del laboratorio questa persona è stata via via considerata a rischio delle più svariate malattie e il dosaggio dei singoli elementi analizzati presentava differenze di concentrazione anche di dieci volte fra i diversi laboratori.
VEGA TEST. Questo test si basa sul presupposto che l’esposizione all’alimento verso il quale si è intolleranti causa delle variazioni nella resistenza elettrica della pelle misurata con un apparecchio. Anche qui ricercatori inglesi hanno invitato tre operatori che facevano questo test ad esaminare 15 persone con allergia agli acari della polvere e 15 non allergici. Dopo aver eseguito 1500 test i tre operatori non erano riusciti a distinguere gli allergici dai non allergici. E l’allergia agli alimenti ha gli stessi meccanismi dell’allergia respiratoria causata dagli acari.
TEST KINESIOLOGICI. Si basano sulla variazione della forza muscolare conseguente all’esposizione all’alimento incriminato. Il soggetto tiene in mano un contenitore al cui interno vi è l’alimento da testare mentre con l’altra spinge la mano dell’esaminatore che percepisce una variazione di forza in caso di un’intolleranza. Si è provato a verificare l’attendibilità del test confrontandolo con gli esami tradizionali: non c’è nessuna correlazione.
TEST CITOTOSSICO. Secondo questo test si può diagnosticare l’intolleranza alimentare in quanto i globuli bianchi subiscono delle alterazioni, fino a rompersi, quando entrano in contatto con le sostanze alle quali il soggetto è intollerante. Nessuno studio ne ha confermato l’attendibilità.
Per farla breve, la diagnosi di allergie alimentari viene fatta ricorrendo a test validati scientificamente: uno di questi è il “prick test”, in cui un estratto dell’alimento viene posto in contatto con la pelle su cui viene praticato un piccolo graffio. Nel caso delle allergie alimentari però ha una scarsa specificità, cioè molti bambini che risultano positivi al test cutaneo non sono allergici. Si usano anche i “patch test” (cerotti applicati sulla pelle con l’alimento da testare), ma questi test si usano più per scopi di ricerca che per la diagnosi in quanto hanno gli stessi problemi del precedente. 
Nei centri specialisti si esegue il test di stimolazione orale con l’alimento oppure il RAST, ma credetemi ogni allergologo vi dirà che questi esami sono utili per meglio valutare ogni singolo caso e non certo da effettuare senza un preciso quesito diagnostico.
Ieri l’altro dopo aver comprato delle melanzane al supermercato, nel salire le scale una è scivolata via dalla busta rotolando per i gradini. Tornato indietro, la ho raccolta da terra tenendola in mano e nel riprendere a salire sono inciampato al primo gradino: vuoi vedere che sono intollerante alle melanzane?
Alla prossima

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